Sabato 12 maggio 2007 un popolo sereno e gioioso ha invaso
piazza San Giovanni a Roma.
Una folla tanto numericamente massiccia, quanto poco rappresentata nei
Tg e sui giornali. Era la gente che incontri sul tram e in coda alla posta:
gente che non ama sfilare, né gridare.
Questa volta la maggioranza silenziosa è uscita allo
scoperto per dar voce ad un'idea spontanea, forse elementare: c'è un dato
naturale che dal giardino dell'Eden in poi porta l'uomo a trovarsi una donna, e
lei a trovare lui, e a vivere insieme e a crescere insieme i figli.
Il 12 maggio non è stato una maxi adunata di carattere
guelfo, come pure la famiglia non sta né a destra, né a sinistra. L'articolo 29
della nostra Costituzione: «riconosce i diritti della famiglia come società
naturale fondata sul matrimonio».
Il cardinale Martini nel testo
«Famiglia e politica» afferma che le «nuove forme non possono pretendere
legittimazione e la tutela che sono date alla famiglia come società naturale
fondata sul matrimonio. Perché solo quest'ultima riveste una piena funzione
sociale, dovuta al suo progetto e impegno di stabilità e alla sua dimensione di
fecondità».
È opportuno fissare una nitida
demarcazione tra ciò che è famiglia e ciò che non lo è secondo il paradigma
costituzionale. In mancanza di chiarezza l'istituzione famiglia è indebolita e
pertanto i processi di frammentazione sociale non possono che aumentare.
Nel nostro Paese è in atto un
confronto culturale profondo e trasversale tra una v isione di personalismo
sociale ed una di individualismo libertario. Difendere e promuovere la famiglia
significa pensare ad un Paese solidale e capace di coniugare diritti e doveri,
uguaglianza e solidarietà, il contrario è un inseguimento della dimensione individualistico-libertaria, che inevitabilmente porta all'accentuazione di
fenomeni di frammentizzazione. Si chiede alla politica, in particolare a chi ci
governa, se si punto ad un modello antropologico centrato unicamente sull'autonomia dell'individuo, sull'utilitarismo delle affettività temporanee e
deboli, o se, invece, si punta a consolidare quello della dinamica familiare e
pertanto di un'affettività che si radica nella dimensione della responsabilità
sociale. Perché nel caso la risposta
fosse la seconda, sosteneva Savino Pezzotta, portavoce del Family Day, allora
dopo i sorrisi e le strette di mano sotto l'allegro sole romano, serviranno i
fatti. In pratica si chiede al Parlamento di attivare subito un progetto
organico e incisivo di politiche sociali in favore della famiglia: per rispetto
dei principi costituzionali, per prevenire e contrastare dinamiche di
disgregazione sociale, per porre la convivenza civile sotto il segno del bene
comune.
Queste riflessioni non
pregiudicano il riconoscimento della dignità e del rispetto di ogni persona,
come pure ci sono situazioni concrete nelle quali possono essere utili garanzie
e tutele giuridiche per la persona che convive, ma questo obiettivo è
perseguibile nell'ambito dei diritti individuali, senza ipotizzare una nuova figura
giuridica che sarebbe alternativa al matrimonio e alla famiglia e produrrebbe
più guasti di quelli che vorrebbe sanare. D'altra parte il diritto non esiste
allo scopo di dare forma giuridica a qualsiasi forma di convivenza e di fornire
riconoscimenti ideologici, ha invece in fine di garantire risposte pubbliche a
esigenze sociali che vanno oltre la dimensione privata dell'esistenza.
La famiglia è un patrimonio di
tutti: cattolici e laici, credenti e non credenti e abbiamo il dovere di
difenderla e promuoverla per il bene del Paese.
Questo articolo è pubblicato sul numero di maggio 2007 de "l'incontro"
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