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mag 08 2007
La Stanza dei Ricordi PDF Stampa E-mail
Scritto da Mauro Panza   
martedì 08 maggio 2007
-La Camminata-

- "Addové ?"

- "A farme nà cammenète!"

 

"A farsi una camminata" voleva dire vedere ed incontrare qualcuno, scambiarsi qualche frase, raccontare le proprie cose, ascoltare il cammino di altre persone. Tutto questo,ad una certa età, significava e significa vivere.

 

Le strade che avremmo voluto con le nostre mani tracciare non collimavano con la volontà di Dio ed é per questo che la gran parte di noi é costretta a vivere lonta­no dalle proprie radici. Se tutto questo é vero, é vero anche che allontanarsi non significa annullare. Grazie alla memoria, questo bene incredibile donatoci dal Creatore, é possibile librar­ci con i bellissimi ed insostituibili ricordi e...ritornare nei dolcissimi posti che abbiamo lasciato, magari " a farne nà cammenète", incontrare,per quelle strade, gente che non c'é più, scambiarsi un'occhiata, un sorriso, silenziosamente.

"Alla vejie de Sandà Mareje", in uno di questi viaggi, mi soffermo davanti ad un civico. Le sue porte d'ingresso, chiuse da molto tempo, mi portano a ricordare...

Era l'ingresso di un'abitazione, quattro stanze intercomunicanti, dove abitava una famiglia composta da cinque persone: Nanùcce, suo figlio Colejine, la moglie Nunzia e due nipotini. La moglie di Nanùcce Annejine si era fermata ed era volata in Cielo. Va detto subito che i rapporti fra nuora e suocero non erano dei più umani. Al vecchio Nanucce gli veniva sempre tolta la parola dalla bocca quando, raramente, esprimeva un giudizio. Con i ragazzi a scuola ed il figlio a lavorare nei campi, era costretto a passare molto tempo da solo con la nuora. Spesso si scopriva con gli occhi umidi di la­crime, ma accettava tutto senza mai profferir parola per amore del figlio e dei nipotini che adorava. Era sempre seduto su di una piccola sedia, davanti all'abitazione, sul marciapiede. Salutava tutti i passanti con l'amaro in bocca. Allorquando,invece, una voce dall'interno, quella della nuora, tuonava:- " Vattìinne! Vatte à fé nà cammenète! - Nanùcce, ­immediatamente ubbidiva. Prendeva il bastone su cui s'appoggiava e, senza batter cigliao, volava via. Si dirigeva verso la chiàzz a vécchie', alla ' Pettajie de mést Necénd (il barbiere), sostava per un pò di tempo accolto amorevolmente da tutti. Un ragazzo che imparava il mestiere gli portava subito una sedia,e...-"As­sidete u' nònne" Poi continuava la camminata sino al caffé de "Colantonie" dove,con i suoi pensieri, rimaneva sino a mezzogiorno. E così tutti i giorni.

Accadde una volta,in una splendida giornata di primavera, che la nuora apostrofasse il suocero in questi termini: " Madònne! Sté ssembe 'nnànze è pìite...còmme à nù chevàune" - per similitudine alle galline che restano ferme sempre in un posto a co­vare le uova - Vattìinne!" stanza_ricordi.jpgNanùcce, ammutolito, s'alzò, prese con sè il bastone e, questa volta si diresse verso la Madonna dell Stella. Superò la ' vecciareje de Martmejie e subito dopo girò a destra dirigendosi verso la cocevola "d'Angelùudde". Percorse tutto il viale e i suoi occhi fis­sarono un punto fisso, l'ingresso Monumentale del Cimitero che da quella posi­zione s'intravedeva al di là della ferrovia. Fu richiamato alla realtà dai rintocchi della campana della Chie­sa Madre che annun­ziava il mezzogiorno. Affaticato, tornò a casa. Mangiò pochissimo: una fetta di pane con olio, sale e qualche pomodorino di "cocchie". Si tolse subito dai piedi e se ne andò a riposare. II pomeriggio,accusando dei dolori alle gambe, rimase a letto in compagnia dei suoi pensieri.

Al mattino successivo s'alzò subito e stava vestendosi,piano piano, quando: -" Te' sì alzéte subbete jeùsce! Fingh a stasair ce te và sepperté? Nanùcce non fiatò. -Me fazzeche nà cammenète" - disse e uscì di casa. Appena fuori,col ber­retto in testa ed il bastone in mano, a passo svelto, si diresse verso la Madonna del Carmine, per la via di Quasano. Giunto alla piscina di Enoch si sedette su di una pietra levigata. Sem­brava aspettasse qualcuno. Poco dopo, per caso, arrivò una "sciarretta". -Mbà Nanùcce, cè stà ffé ?- disse il proprietario del mezzo. -Nà vetteùre pe Quasène?- domandò Nanùcce. -Nghiène (sali)- rispose quello.

Era diretto,infatti,alla Masseria d' "Abramo" per comprare qualche pezza di formaggio, uova ed un agnellino da latte per la festività della Madonna di Quasano. Si festeggiava, allora, alla fine di Maggio. Nanùcce disse di essere diretto "ò lùche de Quasène", al campo vicino a Quasano.

"Lùche", dal latino "locus", luogo. Anche il Manzoni nei Promessi Sposi, nel capitolo terzo, quando Renzo porta i capponi ad Azzeccagarbugli, scrive:"... .così,attraversando i campi [ Renzo ] o, come di­cono colà, i luoghi, se n'andò per viottole..."

Quando la "sciarretta" raggiunse la meta i due si salutarono cordialmente, dirigen­dosi ciascuno per la propria strada.

Quando i piedi di Nanùcce cominciarono a calpestare l'erba odorosa nel viottolo del suo podere si fermò un attimo. Solo il cinguettìo degli uccelli rompeva il silen­zio della campagna. Si piegò,raccolse un ciuffo d'erba, se lo portò alla bocca e poi se lo mise in tasca. Fece la stessa cosa con qualche piccola zolla di terreno, con alcuni sassi ed un ramoscello d'ulivo. Poi tornando sui suoi passi, si diresse verso la Murgia assolata ed arida. Guardava intorno a sé come se cercasse qualcosa e qualco­sa,finalmente,trovò. Un caro ricordo! Una grande lastra di pietra,liscia come il­ marmo, conficcata nel terreno. Sembrava che la natura si fosse adoprata, come un artigiano, a costruire una poltrona di pietra. Qui Nanùcce si sedette, cavalcando i ricordi: quel giorno quando raccolse un grande quantitativo di funghi "paparazze"; un'altra volta quando, dopo un temporale che l'aveva sorpreso mentre stava seminando il grano, raccolse delle grosse lumache e ancora quando, assieme alla moglie, raccolse le cicorielle da cucinare con le fave; ed il chiasso gioioso delle ragazze che vendemmiavano ed il caldo afoso quando si trebbiava. . .

Dall' estàsi in cui si trovava, un voce lo fece ritornare al pre­sente:" , Mb'à Nanùcce, sì proppije signereje?"- chiese un uomo sulla cinquantina, con una verga in mano, circondato da cani pastori ed un gregge di pecore. Era il pastore della Masseria "La Sentinella" - Sò jejie!" rispose Nanùcce - Hà mangète? - disse il pastore - Mangém nzzìme?". Mangiarono pane,formaggio,pomodori e rucola raccolta fra i loro piedi e dopo "nà véppete de mmìrr" (una bevuta di vino) scambiando qualche chiacchiera.

Nanùcçe, seduto sul trono di pietra, sembrava un'altra persona. Il sole ormai volgeva al tramonto. Il Pastore chiese a Nanùcce di alzare un' occhio all'ultimo arrivato: un agnellino venuto alla luce poco prima e che giaceva per terra a poca distanza da loro vicino alla mamma che lo leccava amorevolmente. Il pastore si sarebbe allontanato per un po' di tempo a fare una minestra di "cequerédde" (cicorielle di campagna).

Tornò poco dopo e .una scena inverosimile si presentò ai suoi occhi. Nanùcce sembrava di pietrà. Un.sorriso appena accennato disegnava il suo volto, gli occhi semichiusi guardavano l'agnellino che teneva stretto

al petto. Un flebile belare si spandeva per l'arida Murgia, .mentre l'anima di Nanùcce si librava verso l'alto.

Il pastore raccontò di aver visto da lontano, attraverso gli ultimi raggi obliqui di quel giorno, una figura di donna che parlava con Nanùcce. Certamente la moglie scesa dal Cielo per portarlo con sé in paradiso.

 


 

L'articolo è pubblicato sul numero di Aprile 2007 de "l'incontro"
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