-La Camminata-
- "Addové ?"
- "A farme nà
cammenète!"
"A farsi una
camminata" voleva dire vedere ed incontrare qualcuno, scambiarsi qualche frase,
raccontare le proprie cose, ascoltare il cammino di altre persone. Tutto
questo,ad una certa età, significava e significa vivere.
Le strade che avremmo voluto con le nostre
mani tracciare non collimavano con la volontà di Dio ed é per questo che la
gran parte di noi é costretta a vivere lontano dalle
proprie radici. Se tutto questo é vero, é vero anche che allontanarsi non significa annullare. Grazie alla memoria,
questo bene incredibile donatoci dal Creatore, é possibile librarci con i
bellissimi ed insostituibili ricordi e...ritornare nei dolcissimi posti che
abbiamo lasciato, magari " a farne nà cammenète", incontrare,per quelle
strade, gente che non c'é più, scambiarsi un'occhiata, un sorriso,
silenziosamente.
"Alla
vejie de Sandà Mareje", in uno di questi viaggi, mi soffermo davanti
ad un civico. Le sue porte d'ingresso, chiuse da molto tempo, mi portano a
ricordare...
Era l'ingresso di un'abitazione, quattro
stanze intercomunicanti, dove abitava una famiglia composta da cinque persone: Nanùcce, suo figlio Colejine, la moglie
Nunzia e due nipotini. La moglie di Nanùcce Annejine si era fermata ed era
volata in Cielo. Va detto subito che i rapporti fra nuora e suocero non erano
dei più umani. Al vecchio Nanucce gli veniva
sempre tolta la parola dalla bocca quando,
raramente, esprimeva un giudizio. Con i ragazzi a scuola ed il figlio a lavorare nei campi, era
costretto a passare molto tempo da solo con la nuora. Spesso si scopriva con
gli occhi umidi di lacrime, ma accettava tutto senza mai profferir parola per
amore del figlio e dei nipotini che adorava. Era sempre seduto su di una
piccola sedia, davanti all'abitazione, sul marciapiede. Salutava tutti i
passanti con l'amaro in bocca. Allorquando,invece, una voce dall'interno,
quella della nuora, tuonava:- " Vattìinne! Vatte à fé nà cammenète! -
Nanùcce, immediatamente ubbidiva. Prendeva il
bastone su cui s'appoggiava e, senza
batter cigliao, volava via. Si dirigeva verso la chiàzz a
vécchie', alla ' Pettajie de mést Necénd (il barbiere),
sostava per un pò di tempo accolto amorevolmente da tutti. Un ragazzo che
imparava il mestiere gli portava subito una
sedia,e...-"Assidete u' nònne"
Poi continuava la camminata sino al caffé de "Colantonie" dove,con i suoi pensieri, rimaneva sino a mezzogiorno.
E così tutti i giorni.
Accadde una volta,in una splendida giornata
di primavera, che la nuora apostrofasse il suocero in questi termini: "
Madònne! Sté ssembe 'nnànze è pìite...còmme à nù chevàune" - per similitudine
alle galline che restano ferme sempre in un posto a covare le uova - Vattìinne!"
Nanùcce, ammutolito, s'alzò, prese con sè il bastone e, questa volta si
diresse verso la Madonna
dell Stella. Superò la ' vecciareje de Martmejie e subito dopo girò a destra dirigendosi verso
la cocevola "d'Angelùudde". Percorse tutto il viale e i suoi occhi fissarono
un punto fisso, l'ingresso Monumentale del Cimitero che da quella posizione
s'intravedeva al di là della ferrovia. Fu richiamato alla realtà dai rintocchi
della campana della Chiesa Madre che annunziava il mezzogiorno. Affaticato,
tornò a casa. Mangiò pochissimo: una fetta di pane con olio, sale e qualche
pomodorino di "cocchie". Si tolse subito dai piedi e se ne andò a riposare. II
pomeriggio,accusando dei dolori alle gambe, rimase a letto in compagnia dei
suoi pensieri.
Al mattino
successivo s'alzò subito e stava vestendosi,piano piano, quando: -" Te' sì
alzéte subbete jeùsce! Fingh a stasair ce te và sepperté? Nanùcce
non fiatò. -Me fazzeche nà cammenète" - disse e uscì di casa. Appena
fuori,col berretto in testa ed il bastone in mano, a passo svelto, si diresse
verso la Madonna
del Carmine, per la via di Quasano. Giunto alla piscina di Enoch si sedette su
di una pietra levigata. Sembrava aspettasse qualcuno. Poco dopo, per caso,
arrivò una "sciarretta". -Mbà Nanùcce,
cè stà ffé ?- disse il
proprietario del mezzo. -Nà vetteùre pe Quasène?- domandò Nanùcce. -Nghiène
(sali)- rispose quello.
Era diretto,infatti,alla
Masseria d' "Abramo" per comprare qualche pezza di formaggio, uova ed un
agnellino da latte per la festività
della Madonna di Quasano. Si festeggiava, allora, alla fine di Maggio. Nanùcce
disse di essere diretto "ò lùche de Quasène", al campo vicino a Quasano.
"Lùche", dal latino "locus", luogo. Anche il Manzoni nei
Promessi Sposi, nel capitolo terzo, quando Renzo porta i capponi ad
Azzeccagarbugli, scrive:"... .così,attraversando
i campi [ Renzo ] o, come dicono colà, i luoghi, se n'andò per viottole..."
Quando la "sciarretta" raggiunse la meta i due si salutarono
cordialmente, dirigendosi ciascuno per la propria strada.
Quando i piedi di Nanùcce cominciarono a calpestare l'erba
odorosa nel viottolo del suo podere si fermò un attimo. Solo il cinguettìo
degli uccelli rompeva il silenzio della campagna. Si piegò,raccolse un ciuffo
d'erba, se lo portò alla bocca e poi se lo mise in tasca. Fece la stessa cosa
con qualche piccola zolla di terreno, con alcuni sassi ed un ramoscello
d'ulivo. Poi tornando sui suoi passi, si diresse verso la Murgia assolata ed
arida. Guardava intorno a sé come se
cercasse qualcosa e qualcosa,finalmente,trovò. Un caro ricordo! Una grande
lastra di pietra,liscia come il marmo, conficcata nel terreno. Sembrava che la natura si fosse adoprata,
come un artigiano, a costruire una poltrona di pietra. Qui Nanùcce si sedette,
cavalcando i ricordi: quel giorno quando raccolse un grande quantitativo di
funghi "paparazze"; un'altra volta quando, dopo un temporale che l'aveva sorpreso mentre
stava seminando il grano, raccolse delle grosse lumache e ancora quando,
assieme alla moglie, raccolse le
cicorielle da cucinare con le fave; ed il chiasso gioioso delle ragazze che
vendemmiavano ed il caldo afoso quando si trebbiava. . .
Dall' estàsi in cui si trovava, un voce lo fece ritornare al presente:"
, Mb'à Nanùcce, sì proppije
signereje?"- chiese un uomo sulla cinquantina, con una verga in mano,
circondato da cani pastori ed un gregge di pecore. Era il pastore della
Masseria "La Sentinella" - Sò jejie!" rispose Nanùcce - Hà mangète? - disse il pastore - Mangém
nzzìme?". Mangiarono pane,formaggio,pomodori e rucola raccolta fra i loro
piedi e dopo "nà véppete de mmìrr" (una bevuta di vino) scambiando qualche
chiacchiera.
Nanùcçe, seduto sul trono di pietra, sembrava un'altra
persona. Il sole ormai volgeva al tramonto. Il Pastore chiese a Nanùcce di
alzare un' occhio all'ultimo arrivato: un agnellino venuto alla luce poco prima
e che giaceva per terra a poca distanza da loro vicino alla mamma che lo
leccava amorevolmente. Il pastore si sarebbe allontanato per un po' di tempo a
fare una minestra di "cequerédde"
(cicorielle di campagna).
Tornò poco dopo e .una scena inverosimile si presentò ai suoi
occhi. Nanùcce sembrava di pietrà. Un.sorriso appena accennato disegnava il suo
volto, gli occhi semichiusi guardavano l'agnellino che teneva stretto
al petto. Un flebile belare si spandeva per l'arida Murgia,
.mentre l'anima di Nanùcce si librava verso l'alto.
Il pastore raccontò di
aver visto da lontano, attraverso gli ultimi raggi obliqui di quel giorno, una
figura di donna che parlava con Nanùcce. Certamente la moglie scesa dal Cielo
per portarlo con sé in paradiso.
L'articolo è pubblicato sul numero di Aprile 2007 de "l'incontro"
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