Quando il Vangelo incontra i nuovi media digitali
Si è
chiuso lo scorso 24 aprile a Roma, con il discorso di Bendetto XVI nell'aula
Paolo VI, il convegno promosso dalla Conferenza Episcopale Italiana "Testimoni digitali. Volti e linguaggi nell'era cross mediale ".
A otto anni dall'analogo "Parabole
mediatiche" la Chiesa italiana torna ad interrogarsi sulle potenzialità dei
media e, in modo particolare, del "continente digitale".
Oltre 1300
partecipanti provenienti dalle 227 diocesi italiane e più di 250 operatori
dell'informazione accreditati si sono riversati a Roma per assistere ai lavori
del convegno: non una meta ma un nuovo punto di partenza per la Chiesa. Circa
ottomila, invece, le persone presenti all'udienza con il papa Benedetto
XVI. Il sito internet registrava, già
prima del 22 aprile, oltre 450mila accessi, 812 gli iscritti alla pagina
ufficiale di Facebook. Il convegno, inoltre, è stato trasmesso in diretta sul
sito internet, su TV2000 (il canale televisivo prima noto come Sat2000), sul
circuito radiofonico InBlu e dall'Agenzia SIR (il Servizio di Informazione
Religiosa).
Otto anni
possono sembrare pochi eppure ne sono cambiate di cose nel mondo della
comunicazione, ne è passata di acqua sotto i ponti. Basti pensare che otto anni
fa l'attuale fenomeno sociale della rete, Facebook, non era ancora nato. A non essere cambiata, però, è la volontà -
secondo monsignor Claudio Giuliodori, Presidente della Commissione Episcopale
per la Cultura e le Comunicazioni Sociali della CEI - «di capire ore come allora i fenomeni dell'era digitale, di abitare
questi nuovi ambienti e di immettervi il seme fecondo del Vangelo». Rispetto al 2002 è più netta la
consapevolezza che la rete delle reti sta cambiando il nostro modo di
informarci e di comunicare ma anche le nostre relazioni affettive. Il nuovo
ambiente digitale pone nuovi interrogativi, ma dà anche alla missione della
Chiesa nuove opportunità. «Per questo era
necessario - ha aggiunto monsignor Giuliodori - fermarsi nuovamente a riflettere, focalizzare le sfide, organizzare
l'azione evangelizzatrice ». A
questo riguardo, nel suo discorso introduttivo, Monsignor Mariano Crociata ,
segretario generale della CEI, ha affermato che «la sollecitudine per il bene dell'uomo e della società è dunque alla base
di questo nostro convenire da tutto il Paese per riflettere insieme sulle
frontiere aperte dalla tecnologia digitale. Non è nostra intenzione occupare il
web quanto di offrire anche in questo contesto la nostra testimonianza».
Nel
concreto i tre giorni di Roma hanno proposto un confronto tra gli esperti del
settore, i protagonisti del nuovo scenario digitale e gli operatori ecclesiali.
Il tutto per approfondire la natura del rapporto tra vita online e vita reale. Inoltre, dato che il Vangelo da sempre si
rivolge agli uomini utilizzando il loro linguaggio, durante l'incontro è stato
non solo interessante ma anche indispensabile interrogarsi sulle potenzialità
che la Rete è oggi in grado di offrire. Partendo dalla consapevolezza che per
la trasmissione della Parola occorre sempre ricercare nuove modalità e nuovi
strumenti, è emersa la necessità di uno sforzo da parte di tutti i cattolici -
non solo degli operatori del settore e dei sacerdoti - in termini di
comunicazione sia per quanto riguarda i contenuti, sia nello stile.
Già con il
direttorio sulle comunicazioni sociali, Comunicazione e missione (2004), la CEI riteneva
«un dovere e una opportunità per la
Chiesa saper rispondere con coraggio alle nuove istanze culturali». Giovanni
Paolo II ne ha spiegato perfettamente il motivo nella sua lettera "Il rapido
sviluppo", l'ultimo documento ufficiale del papa polacco: «anche il mondo dei media abbisogna della redenzione di Cristo».
Di che
genere deve essere, quindi, la presenza della Chiesa nel nuovo scenario digitale?
Per Michele Sorice, docente di Sociologia della Comunicazione e Media Reserch
alla Luiss, la Chiesa non può essere soltanto un gruppo all'interno di un
social network perché non può sottrarsi al suo ruolo edificante. Allo stesso
tempo non può limitarsi ad una vicinanza alle tecnologie digitali ma deve
innescare un intenso dialogo e una collaborazione con essi. Monsignor Crociata
aggiunge che si tratta di «essere
presenti anche in questo ambiente con modalità che non disperdano l'identità
cristiana». Occorre «partecipare alle Rete invece di limitarci ad
usarla come bacheca» ha continuato Monsignor Viganò dell'Università
Lateranense. Per farlo è importante essere credibili. La Chiesa non fa
testimonianza nei media solo perché ne possiede e ne gestisce alcuni ma deve «abitare il nuovo territorio, camminare le
vie digitali, pensare attraverso le sequenze digitali» (Monsignor
Giuliodori). È importante che la Chiesa in rete, quindi, non si limiti ad
essere solo una emittente di contenuti ma deve essere una forte testimonianza
anche per coloro che non credono.
Ma è
sbagliato pensare che la presenza della Chiesa sul web possa sostituire quella
nella vita reale.
Una Chiesa
essenzialmente di Rete è impossibile anche da immaginare perché sarebbe priva
di qualunque riferimento alla vita di
comunità e al territorio cui deve essere sempre legata. Inoltre non ci sono
sacramenti su internet e anche le esperienze religiose possibili sono del tutto
insufficienti se separate dall'interazione con gli altri fedeli.
A questo
punto può sorgere il dubbio che attraverso internet il messaggio cristiano
rischi di essere deformato, di venire recepito in maniera diversa, di essere
volgarizzato. Secondo Antonio Spadaro, redattore de "La civiltà cattolica", il problema non si pone dato che la chiave
di tutto è il V angelo, un messaggio di natura e
di forza totalmente diverse dalle altre informazioni reperibili sul web,
una parola che «scuote, non acquieta o
appaga: non serve a far stare bene, ma al contrario, rischia sul serio di
mettere in crisi le coscienze».
Concretamente
che cosa dovrebbe fare la Chiesa Italiana dopo il convegno "Testimoni digitali" Guido Gili, docente
di sociologia dei processi culturali e comunicativi dell'Università del Molise,
sostiene che in uno spazio caotico e frammentato come quello di internet, la
Chiesa deve iniziare ad utilizzare una pluralità di voci che corrispondono alle
diverse esperienze e ai diversi mezzi. Allo stesso tempo, però, le voci devono
seguire tutte uno spartito comune dove possa convergere la ricchezza delle voci
e degli strumenti. Ma nell'era dei social network e dei media diffusi non
possono parlare solo i professionisti, tutte le voci devono essere allenate.
Ogni credente è chiamato ad essere comunicatore efficace di un'unica verità
sinfonica per poter rispondere all'invito di Gesù Cristo, «perfetto comunicatore»:
«Quello
che io vi dico nelle tenebre, ditelo nella luce; e quello che udite dettovi
all'orecchio, predicatelo sui tetti» (Mt 10:27)
L'articolo è pubblicato sul numero di maggio 2010 de "L'incontro - periodico di cultura locale fondato da don Pierino Dattoli"
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