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giu 11 2010
Chiesa 2.0 PDF Stampa E-mail
Scritto da Angela Fariello   
venerdì 11 giugno 2010
Quando il Vangelo incontra i nuovi media digitali

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Si è chiuso lo scorso 24 aprile a Roma, con il discorso di Bendetto XVI nell'aula Paolo VI, il convegno promosso dalla Conferenza Episcopale Italiana "Testimoni digitali.  Volti e linguaggi nell'era cross mediale ". A otto anni dall'analogo "Parabole mediatiche" la Chiesa italiana torna ad interrogarsi sulle potenzialità dei media e, in modo particolare, del "continente digitale".

Oltre 1300 partecipanti provenienti dalle 227 diocesi italiane e più di 250 operatori dell'informazione accreditati si sono riversati a Roma per assistere ai lavori del convegno: non una meta ma un nuovo punto di partenza per la Chiesa. Circa ottomila, invece, le persone presenti all'udienza con il papa Benedetto XVI.  Il sito internet registrava, già prima del 22 aprile, oltre 450mila accessi, 812 gli iscritti alla pagina ufficiale di Facebook. Il convegno, inoltre, è stato trasmesso in diretta sul sito internet, su TV2000 (il canale televisivo prima noto come Sat2000), sul circuito radiofonico InBlu e dall'Agenzia SIR (il Servizio di Informazione Religiosa).

 

Otto anni possono sembrare pochi eppure ne sono cambiate di cose nel mondo della comunicazione, ne è passata di acqua sotto i ponti. Basti pensare che otto anni fa l'attuale fenomeno sociale della rete, Facebook, non era ancora nato.  A non essere cambiata, però, è la volontà - secondo monsignor Claudio Giuliodori, Presidente della Commissione Episcopale per la Cultura e le Comunicazioni Sociali della CEI - «di capire ore come allora i fenomeni dell'era digitale, di abitare questi nuovi ambienti e di immettervi il seme fecondo del Vangelo».  Rispetto al 2002 è più netta la consapevolezza che la rete delle reti sta cambiando il nostro modo di informarci e di comunicare ma anche le nostre relazioni affettive. Il nuovo ambiente digitale pone nuovi interrogativi, ma dà anche alla missione della Chiesa nuove opportunità. «Per questo era necessario - ha aggiunto monsignor Giuliodori - fermarsi nuovamente a riflettere, focalizzare le sfide, organizzare l'azione evangelizzatrice ».  A questo riguardo, nel suo discorso introduttivo, Monsignor Mariano Crociataconvegno_2.jpg, segretario generale della CEI, ha affermato che «la sollecitudine per il bene dell'uomo e della società è dunque alla base di questo nostro convenire da tutto il Paese per riflettere insieme sulle frontiere aperte dalla tecnologia digitale. Non è nostra intenzione occupare il web quanto di offrire anche in questo contesto la nostra testimonianza».

Nel concreto i tre giorni di Roma hanno proposto un confronto tra gli esperti del settore, i protagonisti del nuovo scenario digitale e gli operatori ecclesiali. Il tutto per approfondire la natura del rapporto tra vita online e vita reale. Inoltre, dato che il Vangelo da sempre si rivolge agli uomini utilizzando il loro linguaggio, durante l'incontro è stato non solo interessante ma anche indispensabile interrogarsi sulle potenzialità che la Rete è oggi in grado di offrire. Partendo dalla consapevolezza che per la trasmissione della Parola occorre sempre ricercare nuove modalità e nuovi strumenti, è emersa la necessità di uno sforzo da parte di tutti i cattolici - non solo degli operatori del settore e dei sacerdoti - in termini di comunicazione sia per quanto riguarda i contenuti, sia nello stile.

Già con il direttorio sulle comunicazioni sociali,  Comunicazione e missione (2004), la CEI riteneva «un dovere e una opportunità per la Chiesa saper rispondere con coraggio alle nuove istanze culturali». Giovanni Paolo II ne ha spiegato perfettamente il motivo nella sua lettera "Il rapido sviluppo", l'ultimo documento ufficiale del papa polacco: «anche il mondo dei media abbisogna della redenzione di Cristo».

Di che genere deve essere, quindi, la presenza della Chiesa nel nuovo scenario digitale? Per Michele Sorice, docente di Sociologia della Comunicazione e Media Reserch alla Luiss, la Chiesa non può essere soltanto un gruppo all'interno di un social network perché non può sottrarsi al suo ruolo edificante. Allo stesso tempo non può limitarsi ad una vicinanza alle tecnologie digitali ma deve innescare un intenso dialogo e una collaborazione con essi. Monsignor Crociata aggiunge che si tratta di «essere presenti anche in questo ambiente con modalità che non disperdano l'identità cristiana».  Occorre «partecipare alle Rete invece di limitarci ad usarla come bacheca» ha continuato Monsignor Viganò dell'Università Lateranense. Per farlo è importante essere credibili. La Chiesa non fa testimonianza nei media solo perché ne possiede e ne gestisce alcuni ma deve «abitare il nuovo territorio, camminare le vie digitali, pensare attraverso le sequenze digitali» (Monsignor Giuliodori). È importante che la Chiesa in rete, quindi, non si limiti ad essere solo una emittente di contenuti ma deve essere una forte testimonianza anche per coloro che non credono.

Ma è sbagliato pensare che la presenza della Chiesa sul web possa sostituire quella nella vita reale. Una Chiesa essenzialmente di Rete è impossibile anche da immaginare perché sarebbe priva di qualunque riferimento alla  vita di comunità e al territorio cui deve essere sempre legata. Inoltre non ci sono sacramenti su internet e anche le esperienze religiose possibili sono del tutto insufficienti se separate dall'interazione con gli altri fedeli.

A questo punto può sorgere il dubbio che attraverso internet il messaggio cristiano rischi di essere deformato, di venire recepito in maniera diversa, di essere volgarizzato. Secondo Antonio Spadaro, redattore de "La civiltà cattolica", il problema non si pone dato che la chiave di tutto è il Vudienza_col_papa_aula_paolo_vi.jpgangelo, un messaggio di natura e  di forza totalmente diverse dalle altre informazioni reperibili sul web, una parola che «scuote, non acquieta o appaga: non serve a far stare bene, ma al contrario, rischia sul serio di mettere in crisi le coscienze».

Concretamente che cosa dovrebbe fare la Chiesa Italiana dopo il convegno "Testimoni digitali" Guido Gili, docente di sociologia dei processi culturali e comunicativi dell'Università del Molise, sostiene che in uno spazio caotico e frammentato come quello di internet, la Chiesa deve iniziare ad utilizzare una pluralità di voci che corrispondono alle diverse esperienze e ai diversi mezzi. Allo stesso tempo, però, le voci devono seguire tutte uno spartito comune dove possa convergere la ricchezza delle voci e degli strumenti. Ma nell'era dei social network e dei media diffusi non possono parlare solo i professionisti, tutte le voci devono essere allenate. Ogni credente è chiamato ad essere comunicatore efficace di un'unica verità sinfonica per poter rispondere all'invito di Gesù Cristo, «perfetto comunicatore»:

 

«Quello che io vi dico nelle tenebre, ditelo nella luce; e quello che udite dettovi all'orecchio, predicatelo sui tetti» (Mt 10:27)


L'articolo è pubblicato sul numero di maggio 2010 de "L'incontro - periodico di cultura locale fondato da don Pierino Dattoli"
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Il sito internet del convegno: www.testimonidigitali.it

 

 

 


 

 

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