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dic 16 2009
L'ombra sconfitta PDF Stampa E-mail
Scritto da Mauro Panza   
mercoledì 16 dicembre 2009

 - La stanza dei ricordi -

vendemmia.jpgIn un freddo mattino d'autunno, seduto sulla scalinata di Don Battista Scarangella, apparve un giorno, come per magia, un uomo. Con un corto mantello nero e la "coppola" in testa, aspettava qualcuno o qualcosa. Siamo nel 1943, in piena guerra, e la gente che di lì passava lanciava sguardi di curiosità e di paura. E così tutti i giorni, per un lungo periodo. Si venne poi a sapere che si trattava di un deportato politico, di origini siciliane. Si chiamava Vincenzo ed era stato mandato a  Toritto al confino. La sua colpa? Quella di non essersi sottomesso al regime fascista. Una sera, il poveretto faceva ritorno a casa dopo una giornata lavorativa in miniera quando, passando per la piazza del paese, fu affiancato da due gerarchi e portato con la forza davanti ad una specie di tribunale dove il Potestà gli intimò di pronunziare ad alta voce: "Viva il Fascio, Viva Mussolini...". Al suo netto rifiuto gli fu propinata una buona dose di "olio di ricino"  e mandato a casa.  Per ben tre volte l'inumano gesto fu perpetrato, quindi poiché "quella gente" non potè raggiungere il risultato voluto, per dare l' "Esempio" pensarono di allontanare Vincenzo, affidandolo ai carabinieri che lo caricarono su di un treno merci, destinazione ignota, al confino.

 

Una storia simile capitò a mio nonno, Campanelli Michele, di Grumo Appula, per fortuna senza gravi conseguenze.

Vincenzo fu affidato ai carabinieri di Toritto, i quali sentito il Podestà, gli assegnarono una stanza per il soggiorno, la soffitta di una vecchia costruzione, ubicata nel quartiere dietro le Mura; un letto, poche stoviglie e altre misere cose, con l'obbligo di firma in caserma al mattino e alla sera, ritiro a mezzogiorno, sempre dalla caserma, del rancio per pranzo e cena. Ecco come Vincenzo, seduto sulla scalinata di Don Battista Scarangella, gestiva quotidianamente il suo dramma. Gli occhi, assenti sul presente, scrutavano il passato. Nella valle il suo paese immerso in uno sfavillio di colori degli aranceti, i buoi che tiravano per i viottoli i carri pieni di sfere dorate color arancio, le campagne profumate, la banda locale che la domenica girava per il paese e poi si fermava in piazza ad intonare "Occhi Puri" della Norma di Bellini, e poi tutti a casa ad onorare il giorno del Signore. Ricordi! Macigni che occupavano lo spazio della mente. Ma perché quella punizione? Era così grave ciò che aveva fatto? Domande senza risposta! Un giorno, però, da una frase rivoltagli da un contadino, la sua vita ebbe una svolta. "Buongiorno - disse l'uomo - sono venuto a conoscenza del suo dramma e mi dispiace moltissimo. Vuoi venire, uno di questi giorni, in campagna da me a vendemmiare? Ho bisogno di mano d'opera! Al Podestà, se vuoi, ne parlo io. Incute paura ma... io lo conosco da quando era un bambino... E' in fondo una brava persona...". Vincenzo, come svegliato da un torpore, alzò la testa, lo fissò negli occhi e non profferì parola, ma annuì col capo. "Allora parlo io col Podestà - riprese l'interlocutore - e questa sera ti farò sapere...".

Nel pomeriggio Vincenzo fu chiamato in caserma: "Non so cosa tu abbia fatto, disse il Maresciallo, ma un onesto galantuomo cittadino ha garantito per te e ti vuole come operaio per la sua campagna. Mi sono consultato - aggiunse - col Podestà e abbiamo convenuto di acconsentire a tale richiesta per un breve periodo. La sera, però, al ritorno dai campi, devi passare dalla caserma... Tieni bene a mente che l'Arma a cui appartengo potrebbe fare visita nei campi e se non..."- s'interruppe facendo capire ciò che non aveva detto. Ossequioso il Comandante salutò Vincenzo e , quando si chiuse il portone della caserma, si fermò impietrito. Pensava a ciò che gli era successo. Come mai quell'uomo s'era adoperato nei suoi confronti? E ora come faceva a rintracciarlo per ringraziarlo di aver portato un raggio di sole nel buio della sua vita? Furono interrotti i suoi pensieri da: "Tutto been? Sono stato messo al corrente... Coraggio!". Era lo sconosciuto benefattore il quale gli disse anche di farsi trovare il giorno dopo all'alba allo stesso posto, sulla scalinata, che al cibo per il giorno dopo avrebbe provveduto lui, e così via... Si strinsero la mano con molto calore e si salutarono incamminandosi ognuno per la propria via.

Era figlio unico Vincenzo e aveva perso la mamma alla nascita, il padre invece gli era venuto a mancare qualche anno prima, a causa di uno scoppio avvenuto in miniera. Amava moltissimo il suo paese e i suoi abitanti come fossero tutti suoi parenti, con le loro abitudini, con la loro cordialità. Gli mancava tutto questo. Quando tornava a casa si sdraiava sul letto e tutto questo gli passava davanti ai suoi occhi. La stanza, sprofondata nel silenzio e illuminata da un raggio di luna che entrava dalla finestra, fungeva da cassa di risonanza ai suoi pensieri. Dalla finestra metteva in fuga i messaggi affettuosi per il suo paese. Scrive Miguel Hernandez: "... sono un'aperta finestra che ascolta per dove va tenebrosa la vita ma c'è un raggio di sole nella lotta che sempre lascerà l'Ombra Sconfitta...".

Fu svegliato al mattino da cinque rintocchi dell'orologio pubblico e subito si diresse al posto convenuto. Il suo amico "speciale" lo stava aspettando. Gli offrì un bicchiere di latte caffè al "Caffè Laforgia" e poi assieme verso la stalla dove avrebbero preparato l'occorrente per la vendemmia. Fissarono sul traino il tino con pochi attrezzi di lavoro e partirono, Vincenzo seduto a cassetta, seguiti da un altro mezzo di trasporto, la sciarrét con a bordo altri lavoratori, verso Le Matine dove c'era la vigna. A Vincenzo gli fu affidato u' tnìidd, il contenitore di legno che si metteva al centro delle filari delle vigne e in cui veniva versata l'uva tagliata dai lavoranti quando si riempivano le ceste. U' tnìidd, una volta riempito, veniva trasportato a spalla da Vincenzo e svuotato nella grande tina posta sul traino. Qui Vincenzo provvedeva a "macinare" l'uva, cioè a separare gli acini dai racimoli e dai graspi. Il liquido che si formava veniva raccolto da parte in damigiana. Si giunse così a mezzogiorno e tutti, seduti per terra, formarono un grande cerchio. Furono distribuite pagnotte di pane fatte in casa, alici sottosale per bilanciare il troppo dolce dell'uva che ne se mangiava in quantità ed un bicchiere di vino rosso Primitivo, nettare ricavato dalla stessa vigna l'anno prima.

Vincenzo si sentì subito a casa sua e cominciò ad aprirsi al dialogo. Ritornò alla Caserma la sera, contento. Ebbe il benestare per il giorno dopo e dopo ancora e così, piano piano, s'inserì nella comunità contadina di Toritto, amato e cercato da tutti per i lavori in campagna. Il tempo, intanto, divoratore di ogni cosa cambiò gli avvenimenti che subirono un brusco cambiamento. La guerra ebbe fine e Vincenzo un giorno fu chiamato in caserma.vendemmia2.jpg

Sono contento per te - disse il Maresciallo - ti sei comportato molto bene! Tutto è finito e potrai tornare tranquillamente a casa. Questo - dandogli un documento - è il foglio che ti permette di viaggiare senza pagare. È valido per dieci giorni, sia per i treni che per i traghetti". Gli strinse la mano e lo congedò. Ancora una volta quel portone della caserma si chiudeva alle sue spalle e ancora una volta si trovò Vincenzo di fronte alla scalinata di Don Battista Scarangella.

Il pianto che gli solcava il viso, non sapeva se fosse di gioia o di dolore. Sembrava che il destino avesse voluto giocare con lui, con le sue passioni, con i suoi sentimenti. I due giorni che seguirono li trascorse salutando e ringraziando per tutto l'affetto che aveva ricevuto, per l'aiuto morale e materiale che ogni contadino gli aveva dato, in modo particolare l'amico della Scalinata. Era il ventotto di Maggio ed erano passati tre anni. Vincenzo al mattino, dopo una notte insonne ed un "dialogo muto" con la finestra aperta, assieme alla valigia di cartone, raggiunse la stazione delle ferrovie Calabro-Lucane. Salì sul treno fermo su uno dei due binari e , quando il capo stazione Mastrangelo, stava per dare il via alla partenza: "Ciao Vincenzo... Buon viaggio... potrai sempre contare sulla nostra ospitalità e amicizia..." - erano gli amici venuti a salutarlo per l'ultima volta.

Al tramonto del giorno dopo il traghetto delle Ferrovie dello Stato aveva da poco lasciate le coste della Calabria quando Vincenzo salì in coperta per salutare dal mare la sua amata terra di Sicilia. All'apparire, però, della costa e dei comignoli... in lontananza... L'OMBRA SCONFITTA volle ancora provare il poveretto.

"Qualcuno lo aiuti... si è sentito male... Grazie a Dio si sta riavendo" si sentiva dire da alcune voci in coperta.

Racconta Omero di Ulisse nell'Odissea, cantò Calipso:

... Ma ei non brava

Che veder dei tetti

Sbalzar della sua dolce Itaca il fumo

E poi chiuder per sempre al giorno i lumi...


L'articolo è stato pubblicato sul numero di novembre 2009 de "l'incontro - periodico di cultura locale fondato da don Pierino Dattoli"

 

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