- La stanza dei ricordi -
In un freddo mattino
d'autunno, seduto sulla scalinata di Don Battista Scarangella, apparve un
giorno, come per magia, un uomo. Con un corto mantello nero e la "coppola" in
testa, aspettava qualcuno o qualcosa. Siamo nel 1943, in piena guerra, e la
gente che di lì passava lanciava sguardi di curiosità e di paura. E così tutti
i giorni, per un lungo periodo. Si venne poi a sapere che si trattava di un
deportato politico, di origini siciliane. Si chiamava Vincenzo ed era stato
mandato a Toritto al confino. La sua
colpa? Quella di non essersi sottomesso al regime fascista. Una sera, il poveretto
faceva ritorno a casa dopo una giornata lavorativa in miniera quando, passando
per la piazza del paese, fu affiancato da due gerarchi e portato con la forza
davanti ad una specie di tribunale dove il Potestà gli intimò di pronunziare ad
alta voce: "Viva il Fascio, Viva Mussolini...". Al suo netto rifiuto gli fu
propinata una buona dose di "olio di ricino"
e mandato a casa. Per ben tre
volte l'inumano gesto fu perpetrato, quindi poiché "quella gente" non potè
raggiungere il risultato voluto, per dare l' "Esempio" pensarono di allontanare
Vincenzo, affidandolo ai carabinieri che lo caricarono su di un treno merci,
destinazione ignota, al confino.
Una storia simile capitò a mio
nonno, Campanelli Michele, di Grumo Appula, per fortuna senza gravi conseguenze.
Vincenzo fu affidato ai
carabinieri di Toritto, i quali sentito il Podestà, gli assegnarono una stanza
per il soggiorno, la soffitta di una vecchia costruzione, ubicata nel quartiere
dietro le Mura; un letto, poche stoviglie e altre misere cose, con l'obbligo di
firma in caserma al mattino e alla sera, ritiro a mezzogiorno, sempre dalla
caserma, del rancio per pranzo e cena. Ecco come Vincenzo, seduto sulla
scalinata di Don Battista Scarangella, gestiva quotidianamente il suo dramma.
Gli occhi, assenti sul presente, scrutavano il passato. Nella valle il suo paese
immerso in uno sfavillio di colori degli aranceti, i buoi che tiravano per i
viottoli i carri pieni di sfere dorate color arancio, le campagne profumate, la
banda locale che la domenica girava per il paese e poi si fermava in piazza ad
intonare "Occhi Puri" della Norma di Bellini, e poi tutti a casa ad onorare il
giorno del Signore. Ricordi! Macigni che occupavano lo spazio della mente. Ma
perché quella punizione? Era così grave ciò che aveva fatto? Domande senza
risposta! Un giorno, però, da una frase rivoltagli da un contadino, la sua vita
ebbe una svolta. "Buongiorno - disse l'uomo - sono venuto a conoscenza del suo
dramma e mi dispiace moltissimo. Vuoi venire, uno di questi giorni, in campagna
da me a vendemmiare? Ho bisogno di mano d'opera! Al Podestà, se vuoi, ne parlo
io. Incute paura ma... io lo conosco da quando era un bambino... E' in fondo una
brava persona...". Vincenzo, come svegliato da un torpore, alzò la testa, lo
fissò negli occhi e non profferì parola, ma annuì col capo. "Allora parlo io
col Podestà - riprese l'interlocutore - e questa sera ti farò sapere...".
Nel pomeriggio Vincenzo fu
chiamato in caserma: "Non so cosa tu abbia fatto, disse il Maresciallo, ma un
onesto galantuomo cittadino ha garantito per te e ti vuole come operaio per la
sua campagna. Mi sono consultato - aggiunse - col Podestà e abbiamo convenuto
di acconsentire a tale richiesta per un breve periodo. La sera, però, al
ritorno dai campi, devi passare dalla caserma... Tieni bene a mente che l'Arma a
cui appartengo potrebbe fare visita nei campi e se non..."- s'interruppe facendo
capire ciò che non aveva detto. Ossequioso il Comandante salutò Vincenzo e ,
quando si chiuse il portone della caserma, si fermò impietrito. Pensava a ciò
che gli era successo. Come mai quell'uomo s'era adoperato nei suoi confronti? E
ora come faceva a rintracciarlo per ringraziarlo di aver portato un raggio di
sole nel buio della sua vita? Furono interrotti i suoi pensieri da: "Tutto
been? Sono stato messo al corrente... Coraggio!". Era lo sconosciuto benefattore
il quale gli disse anche di farsi trovare il giorno dopo all'alba allo stesso
posto, sulla scalinata, che al cibo per il giorno dopo avrebbe provveduto lui,
e così via... Si strinsero la mano con molto calore e si salutarono
incamminandosi ognuno per la propria via.
Era figlio unico Vincenzo e
aveva perso la mamma alla nascita, il padre invece gli era venuto a mancare
qualche anno prima, a causa di uno scoppio avvenuto in miniera. Amava
moltissimo il suo paese e i suoi abitanti come fossero tutti suoi parenti, con
le loro abitudini, con la loro cordialità. Gli mancava tutto questo. Quando
tornava a casa si sdraiava sul letto e tutto questo gli passava davanti ai suoi
occhi. La stanza, sprofondata nel silenzio e illuminata da un raggio di luna
che entrava dalla finestra, fungeva da cassa di risonanza ai suoi pensieri. Dalla
finestra metteva in fuga i messaggi affettuosi per il suo paese. Scrive Miguel
Hernandez: "... sono un'aperta finestra che ascolta per dove va tenebrosa la vita
ma c'è un raggio di sole nella lotta che sempre lascerà l'Ombra Sconfitta...".
Fu svegliato al mattino da
cinque rintocchi dell'orologio pubblico e subito si diresse al posto convenuto.
Il suo amico "speciale" lo stava aspettando. Gli offrì un bicchiere di latte
caffè al "Caffè Laforgia" e poi assieme verso la stalla dove avrebbero
preparato l'occorrente per la vendemmia. Fissarono sul traino il tino con pochi
attrezzi di lavoro e partirono, Vincenzo seduto a cassetta, seguiti da un altro
mezzo di trasporto, la sciarrét con a bordo altri lavoratori, verso Le Matine
dove c'era la vigna. A Vincenzo gli fu affidato u' tnìidd, il contenitore di
legno che si metteva al centro delle filari delle vigne e in cui veniva versata
l'uva tagliata dai lavoranti quando si riempivano le ceste. U' tnìidd, una
volta riempito, veniva trasportato a spalla da Vincenzo e svuotato nella grande
tina posta sul traino. Qui Vincenzo provvedeva a "macinare" l'uva, cioè a
separare gli acini dai racimoli e dai graspi. Il liquido che si formava veniva
raccolto da parte in damigiana. Si giunse così a mezzogiorno e tutti, seduti
per terra, formarono un grande cerchio. Furono distribuite pagnotte di pane
fatte in casa, alici sottosale per bilanciare il troppo dolce dell'uva che ne
se mangiava in quantità ed un bicchiere di vino rosso Primitivo, nettare
ricavato dalla stessa vigna l'anno prima.
Vincenzo si sentì subito a
casa sua e cominciò ad aprirsi al dialogo. Ritornò alla Caserma la sera,
contento. Ebbe il benestare per il giorno dopo e dopo ancora e così, piano
piano, s'inserì nella comunità contadina di Toritto, amato e cercato da tutti
per i lavori in campagna. Il tempo, intanto, divoratore di ogni cosa cambiò gli
avvenimenti che subirono un brusco cambiamento. La guerra ebbe fine e Vincenzo
un giorno fu chiamato in caserma.
Sono contento per te - disse
il Maresciallo - ti sei comportato molto bene! Tutto è finito e potrai tornare
tranquillamente a casa. Questo - dandogli un documento - è il foglio che ti
permette di viaggiare senza pagare. È valido per dieci giorni, sia per i treni
che per i traghetti". Gli strinse la mano e lo congedò. Ancora una volta quel
portone della caserma si chiudeva alle sue spalle e ancora una volta si trovò
Vincenzo di fronte alla scalinata di Don Battista Scarangella.
Il pianto che gli solcava il
viso, non sapeva se fosse di gioia o di dolore. Sembrava che il destino avesse
voluto giocare con lui, con le sue passioni, con i suoi sentimenti. I due
giorni che seguirono li trascorse salutando e ringraziando per tutto l'affetto
che aveva ricevuto, per l'aiuto morale e materiale che ogni contadino gli aveva
dato, in modo particolare l'amico della Scalinata. Era il ventotto di Maggio ed
erano passati tre anni. Vincenzo al mattino, dopo una notte insonne ed un
"dialogo muto" con la finestra aperta, assieme alla valigia di cartone,
raggiunse la stazione delle ferrovie Calabro-Lucane. Salì sul treno fermo su
uno dei due binari e , quando il capo stazione Mastrangelo, stava per dare il
via alla partenza: "Ciao Vincenzo... Buon viaggio... potrai sempre contare sulla
nostra ospitalità e amicizia..." - erano gli amici venuti a salutarlo per
l'ultima volta.
Al tramonto del giorno dopo il
traghetto delle Ferrovie dello Stato aveva da poco lasciate le coste della
Calabria quando Vincenzo salì in coperta per salutare dal mare la sua amata
terra di Sicilia. All'apparire, però, della costa e dei comignoli... in
lontananza... L'OMBRA SCONFITTA volle ancora provare il poveretto.
"Qualcuno lo aiuti... si è
sentito male... Grazie a Dio si sta riavendo" si sentiva dire da alcune voci in
coperta.
Racconta Omero di Ulisse
nell'Odissea, cantò Calipso:
... Ma ei non brava
Che veder dei tetti
Sbalzar della sua dolce Itaca
il fumo
E poi chiuder per sempre al
giorno i lumi...
L'articolo è stato pubblicato sul numero di novembre 2009 de "l'incontro - periodico di cultura locale fondato da don Pierino Dattoli"
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